FARE QUALCOSA DI SEMPLICE
“se un albero viene salvato anche a costo della propria testa, ne vale la pena”
Movimento Chipko
Julia Butterfly Hill
Conosci la storia di Julia Butterfly Hill, la ragazza che per salvare una millenaria Sequoia restò accampata oltre due anni sui suoi rami?
Nel 1997 Julia Hill, ventitreenne del Missouri, dopo un lungo recupero da un grave incidente automobilistico, sente di aver perso molto e di star vivendo una vita “out of balance”. Fino ad allora si era occupata della carriera, da semplice cameriera fino a manager di un ristorante, ossessionata dal successo e circondata sempre più da oggetti inerti e silenziosi. Si era riempita la vita fino a dimenticarsi cosa volesse dire essere felice, star bene e proprio da quel turbinio, con pause sempre fugaci, estemporanee, l’incidente l’aveva risvegliata. Da quel grande stop era germogliato e maturato in lei il desiderio di non guardarsi più dietro, riniziare e, non senza incertezze, andare avanti, fare qualcosa per il futuro.
Decide di partire con degli amici in un viaggio spirituale senza meta, per tornare a respirare o a capire cosa volesse dire farlo davvero. Raggiungono la California e attraversano la riserva forestale di Headwaters nella quale spiccano delle altissime sequoie. Alla base di quegl’immensi e ancestrali patriarchi, sulle radici forti e ramificate a fondo nelle viscere della terra, sotto le alte e voluminose braccia avvinghiate ai cieli, Julia e il suo gruppo riscoprono d’essere un piccolissimo nulla. Ma in quel mormorio pacificante della natura, presto si diffonde un ronzio… e il gruppo viene bruscamente riportato alla realtà. Quella bellezza non è serena e nasconde una dimensione demoralizzante: l’incoscienza dell’uomo, la sua pancia, la stessa disarmante brama contro cui anche Julia stava combattendo. Il fastidioso ronzio erano le motoseghe dell’industria del legname che in quegli anni aveva ottenuto il permesso di acquistare interi boschi e tagliare a raso gli alberi di ogni età e dimensione, lasciando riecheggiare le fiere e speranzose note di Ricordati di Chico. [1] Per questo Julia si unisce al movimento ambientalista Earth First! e decide di compiere un piccolo grande gesto per impedire quello sfregio vergognoso, ovvero, occupare un albero. Impara ad arrampicarsi con una semplice corda e si sistema su una stantia piattaforma tra i rami di una sequoia che soprannomina Luna. Rischia la propria vita e resiste per ben due anni ai tentativi di dissuasione e intimidazione de “I signori della morte”.
Vince il duro scontro e salva Luna e la foresta dal sibilo delle motoseghe.
Scopri altre battaglie ecologiche qui!
Ecotattica, un libro ricco di storie, battaglie ecologiche ma anche tante nozioni utili per affrontare un periodo complicato come il nostro con maggiore consapevolezza… che aspetti?
Proviamo a sentire…
Spesso, nei periodi pesanti o noiosi, periodi dove siamo persi e soli, vorremmo sentirci vivi, cogliere l’attimo, recuperare una felicità persa, disciolta nei giorni tra follie e illusioni.
E soprattutto, in periodi come il nostro, tra guerre, genocidi e un’avvilente trascuratezza del buon senso e della sana comunicazione, nei disagi e nella nostra sofferenza non solo provenienti dal vivere insieme, in società, ma anche dalla Natura stessa che pone sempre nuove sfide, ci sentiamo attaccati da tutto e tutti. Per questo occorre prendersi una pausa come Julia, respirare e guardarsi attorno e chiedersi «Cosa vedo?». Occorre distinguere, riconoscere e dare il giusto valore a ciò che appare. Così, che è la natura? E l’Altro?
La storia di Julia ricorda l’Islandese del Leopardi
“vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio.”[2]
L’uomo in conflitto con sé stesso e con la natura, in una infinita e incessante ricerca di felicità.
Balza proprio agli occhi, tra queste parole, il nostro scompiglio.
Spinti dalla terribile tempesta del progresso, che accumula rovine su rovine in una caterva alta fino al cielo[3], come una Fama virgiliana,[4] accresciuta dalle false dicerie, ci ritroviamo poi in esili e fragili momenti di silenzio.
Ritroviamo noi stessi in un sospiro, in un abbraccio, in un sorriso che scioglie lo sconforto.
Ritroviamo noi stessi nelle mani sporche di terra, nelle guance rigate dalla pioggia, nelle stelle contate la notte, su cui ciascun pensiero fragile si frastaglia.
Un immenso fuori, che poi ritroviamo anche dentro di noi.

E tutto il nostro rancore, tutti i nostri bisogni insaziabili, d’affetto e affezione, non vengono forse da una nostra dimenticanza? Dimentichiamo la semplicità, la banalità del bene, che è capace di cambiare, cambiarci e cambiare il mondo.
Per questo, ascoltiamo la primavera odorata,[5] lasciamo che ci inspiri e tenti,[6] ricordandoci che non si vive solo a fiore sbocciato, all’apice di una carriera o nell’estasi di una sera, ma ogni giorno, perché tante volte una fioritura dura meno. Ma il rizoma sopravvive per tutto l’inverno.
Julia, col suo cambio drastico di vita, sospesa non sul filo di un rasoio ma su un ramo per ben due anni, è da esempio. In tutto quel tempo, per tutti e 738 i giorni ha colto l’attimo, l’occasione di essere, di vivere e non sentirsi vivere. Non viviamo qualche giorno ma ogni momento, ogni istante. E così un piccolo gesto ma ripetuto per 738 giorni ci è sembrato immenso, e lo è.
Proviamo a sentire, apriamo le orecchie: vive tutta la natura attorno a noi, come ninfe o dee, ed un abbraccio, un Chipko, può salvarla: è nostra compagna, non estranea!
Chipko!
Il termine Chipko – parola che in Hindi significa “aggrapparsi” – riecheggia una vicenda passata che sa quasi di leggenda: siamo nel 1730, nel villaggio di Khejarl, nome tratto proprio dagli alberi di Khejri. Qui il Maharaja, il “Grande Re”, di Jodhpur ordina di abbattere il bosco della regione per costruirvi una nuova fortezza. La popolazione locale si immola a “colpi d’abbracci” per proteggere gli alberi. In questa “lotta” muoiono quasi quattrocento oppositori pacifici prima che i taglialegna si fermino. Le prime a cadere sono Amrita Devi e le sue tre figlie il cui motto, e poi di tutto il movimento seguente, è «se un albero viene salvato anche a costo della propria testa, ne vale la pena».
Ma perché ne vale la pena? Perché «oltre tre secoli dopo, un’altra donna e discepola di Gandhi, l’inglese Mirabehn, stabilita sull’Himalaya, si trova a osservare l’impatto di frane e di spaventose inondazioni che si riversano a valle nel Gange, a causa della impietosa distruzione delle foreste a fini commerciali».[7] Questo non è abbastanza? Non basta riconoscere la distruzione che scaturisce dalla nostra sconsideratezza o non è sufficiente sapere che da un nostro bisogno provvisorio scaturiranno simili catastrofi?
È davvero la natura nostra nemica?
È Lei a bruciarci o abbiamo rinunciato all’ombra delle fronde?
Sono moltissime le lotte ecologiche a difesa della Natura che qui potremmo raccontare. Molte di queste sono raccontate nel manuale Ecotattica, così come i metodi e le strategie per realizzarne di nuove, perché molte altre devono ancora essere affrontate. Oggi più che mai il nostro pianeta ha bisogno di esseri umani consapevoli che con semplici ma potenti gesti si adoperino per la sua difesa e salvaguardia. Non dobbiamo dimenticarci che un gesto semplice, un gesto buono, può, per noi in primo luogo, salvarci. Perché siamo uniti in una catena indissolubile di azione-percezione-reazione e queste storie ce lo ricordano.
Anche se diventa sempre più difficile relazionarsi, osserviamo, ma osserviamo davvero quello che ci circonda e non dimentichiamoci queste banalità: il valore delle parti, Io quanto Tu, chi dà e chi riceve, e la semplicità di un gesto buono che forse potrà strappare, anche per poco, un sorriso in più. Sorridiamo, perché imparare a sorridere è riscoprirsi nel sentire. È il salto dall’apatia, dalla rabbia, dalla frustrazione ad un’alba, fresca, come una brezza che scuote l’apprensione.
Quanti silenzi serali vorrebbero
essere colmati con un abbraccio
con uno sguardo raccolto
di promesse antiche [8]
E come con la Natura un abbraccio, un gesto d’amore, così è con le persone che ci circondano. Non solo per loro, ma anche, egoisticamente, per noi stessi. Essere buoni per noi stessi per stare bene veramente.
Note:
[1] Ricordati di Chico brano dei Nomadi del 1991 sul brasiliano Chico Mendes, figura fondamentale tra gli ambientalisti e soprattutto nella lotta contro il disboscamento. Promotore della pratica dell’empate (impedimento) un po’ come Julia, affronta pacificamente “i signori della morte”, possidenti della zona che compiono repressioni violente nei confronti del movimento. Arrestato, torturato, immolato nel nome della causa, muore nel 1988 assassinato da una famiglia di rancheros (proprietari di ranch) con cui più volte si era scontrato per il riconoscimento, a riserva protetta, per la sua regione.
[2] Leopardi, Operette Morali, Dialogo della Natura e di un Islandese.
[3] Cfr. Walter Benjamin su Angelus Novus di Paul Klee in Sul concetto di storia, tesi IX, https://it.wikipedia.org/wiki/Angelus_Novus_(Klee)
[4] Verg. Aen. 4, 174-177 la Fama, che più veloce di qualsiasi male dilaga: / vive di movimento e acquista forza diffondendosi; / piccola prima e timorosa, si solleva poi nell’aria, / penetra nel suolo, celando il capo tra le nubi.
[5] Leopardi, Canti VII, Alla primavera, o delle favole antiche, v. 17
[6] Cfr. nota 5
[7] Manuale Ecotattica, pg. 76
[8] Daniele Garella, Spazi Umani.









